21 Marzo

Privacy, Internet e Social: Lo strano caso di Cambridge Analytica.

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La privacy e la riservatezza dei dati sono oggi argomenti di forte interesse ed attualità ma siamo realmente tutelati sulla rete?

Alla luce delle ultime notizie, soprattutto riguardo il presunto scandalo di Cambridge Analytica, società che sembra aver influenzato il voto negli USA grazie a 50 milioni di utenti i cui dati sono stati raccolti in maniera poco trasparente, potremmo dire c'è da ripensare all'uso che facciamo di determinate piattaforme.

Tra qualche paragrafo vedremo perché parlo di presunto scandalo, intanto facciamo una breve introduzione sull’argomento Privacy.

 

L’evoluzione della Tutela dei Dati

Fino agli inizi degli anni '90 il termine Privacy non era molto noto e i dati personali dei propri clienti e contatti circolavano con facilità tra le aziende poi con l'espandersi della rete si è reso necessario definire una serie di normative sulle modalità d'uso e detenzione dei dati personali. 

Con le prime normative, e l’Italia almeno in questo si è fatta valere, si è passati da una condizione dove l'unica tutela per le proprie informazioni era solo il buon senso del detentore degli stessi ad una situazione di estrema attenzione sull'utilizzo degli stessi.

Tuttavia ad oggi è cambiato tantissimo il rapporto delle persone con la rete poiché se prima la tendenza era quella di non divulgare alcuna informazione in merito alle proprie attività, recapiti e contatti oggi è quasi un vanto poter esporre queste informazioni attraverso i social network, i blog, i forum e ogni strumento che permetta di dare visibilità alla propria persona. Siamo abituati a dover lasciare i nostri dati per poter accedere ai servizi online e di rado, praticamente mai, ci soffermiamo a leggere le condizioni d'uso dei servizi o di come questi dati verranno impiegati.

Una delle più grandi multinazionali che dell'informazioni ne ha fatto un business da miliardi di euro è Google, quanti di voi hanno un account Gmail? E quanti di voi si sono soffermati nel leggere le condizioni d'uso del servizio e sull'uso che Google può fare dei vostri dati? 

Un altro esempio eclatante è Facebook, e tra poco vedremo perchè, quanti di voi posseggono un account su Facebook e quanti ne hanno letto il contratto d'uso e le condizioni di detenzione dei vostri dati?

In effetti oggi il termine privacy non è più semplicemente riconducibile alla detenzione corretta dei dati personali ma anche e soprattutto la capacità di non comparire (o comparire con le informazioni idonee da noi autorizzate) sulla rete come persone, con le nostre abitudini, i nostri gusti e le nostre passioni.

Qual è oggi la situazione dei nostri dati personali?

Che ci crediate o no, una persona che conosce bene Internet e gli strumenti a disposizione, potrebbe riuscire a risalire tranquillamente alle vostre informazioni di contatto. Esistono molti software che permettono di aggregare i cosiddetti Big Data e quindi estrapolare interessi e altre informazioni relative ad una persona, ovviamente servono anche conoscenze in vari campi dal Marketing, alla Psicologia, alla Progeammazione etc.

Ma attenzione non stiamo parlando di hacker e malintenzionati, esistono anche loro si, ma chi ha interessi a trattare i dati personali sono soprattutto aziende che si occupano di marketing e che devono trovare un pubblico a cui vender i prodotti dei loro clienti.

Non è una pratica illegale, anzi, sicuramente da qualche parte noi abbiamo dato il Consenso al Trattamento dei Dati, quelle famose caselline prima del pulsante di conferma dell’operazione che spesso siamo costretti spuntare e mai in effetti leggiamo i termini del contratto.

Per inciso già essere su un social network fornisce un insieme di dati che permettono di individuare quali sono gli utenti della piattaforma che fanno al caso mio, oppure non vi siete accorti che dopo che fate un giro su Amazon stranamente vedete degli annunci su Facebook per la categoria di prodotto che cercavate?

Ora senza andare troppo a fondo sulle varie tecniche di Marketing, nel mio blog sono ampiamente trattate, sappiate che i primi ad essere responsabili di un eccesso di informazioni su noi stessi, ovviamente siamo noi.

La Legge cerca in tutti i modi di tutelarci, non per ultimo è la prossima attuazione del GDPR, il 25 maggio, il nuovo regolamento europeo in materia di privacy, con obblighi concreti e multe salate, di cui parleremo presto, ovviamente però i primi responsabili della nostra protezione siamo noi.

leggi sempre le clausole

Cambrige Analytica, Marketing Elettorale e Privacy

Cambridge Analytica è stata fondata nel 2013 da Robert Mercer, un miliardario imprenditore statunitense, legato a Steve Bannon (che è stato consigliere e stratega di Trump durante la campagna elettorale e poi alla Casa Bianca). Cambridge Analytica è specializzata nel raccogliere dai social network dati sui loro utenti: quanti “Mi piace” mettono e su quali post, dove lasciano il maggior numero di commenti, il luogo da cui condividono i loro contenuti e così via. Le informazioni sono poi elaborate da modelli e algoritmi per creare profili di ogni singolo utente, con un approccio basato sulla “psicometria”, campo della psicologia che si occupa di misurare le caratteristiche della personalità.

Cambridge Analytica dice di avere sviluppato un sistema di Microtargeting Comportamentale, che tradotto significa pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona. I suoi responsabili sostengono di riuscire a far leva non solo sui gusti, come fanno già altri sistemi analoghi per il marketing, ma sulle emozioni degli utenti. Se ne occupa un algoritmo sviluppato da un ricercatore di Cambridge (da qui il nome dell’azienda), capace di prevedere e anticipare le risposte degli individui.

Facebook, quando il prodotto è l’utente

Nel 2014, un altro ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, realizzò un’app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Il servizio è gratuito, ma come spesso avviene online è in realtà “pagato” con i dati degli utenti.

All’epoca Facebook permetteva ai gestori delle applicazioni di raccogliere anche alcuni dati sulla rete di amici della persona appena iscritta. In pratica, tu t’iscrivevi e davi il consenso per condividere alcuni dei tuoi dati e l’applicazione aveva il diritto di raccogliere altre informazioni dai tuoi amici, senza che fossero avvisati (la possibilità era comunque indicata nelle infinite pagine delle condizioni d’uso di Facebook). In seguito Facebook valutò che la pratica fosse eccessivamente invasiva e cambiò i suoi sistemi.

L’applicazione di Kogan fece in tempo a raccogliere i dati di 270mila suoi iscritti, e secondo la stima del New York Times e del Guardian, si è arrivati ad ottenere dati su 50 milioni di utenti grazie alle reti di amici degli iscritti.

In seguito Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook. Il social network vieta infatti ai proprietari di app di condividere con società terze i dati che raccolgono sugli utenti. Per i trasgressori sono previste sanzioni come la sospensione degli account. A quanto sembra però la sospensione è arrivata molto tardivamente.

Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica e principale fonte del Guardian, sostiene che Facebook fosse al corrente del problema da circa due anni. Temendo una sospensione fu la stessa Cambridge Analytica ad autodenunciarsi con Facebook, dicendo di avere scoperto di essere in possesso di dati ottenuti in violazione dei termini d’uso e di averne disposto subito la distruzione.

I giornalisti del Guardian dicono di avere ricevuto forti pressioni da Facebook per non definire “falla” il meccanismo che consentì a Kogan e poi a Cambridge Analytica di ottenere quell’enorme quantità di dati. Da un punto di vista puramente informatico non c’è stata nessuna falla, Kogan semplicemente sfruttò un sistema che all’epoca era lecito e contemplato nelle condizioni d’uso. D’altra parte, non si può negare che le condizioni d’uso di Facebook fossero alquanto permissive.

I fumetti di Kaspersky

Marketing Elettorale, Trump e Obama, noi ve l’avevamo detto

Nel 2016, il comitato di Trump affidò a Cambridge Analytica la gestione della raccolta dati per la campagna elettorale. Steve Bannon, sostenne l’utilità di avere una collaborazione con Cambridge Analytica, di cui era stato vicepresidente, dalle varie indagini condotte finora (giudiziarie, parlamentari e giornalistiche) sappiamo che comunque l’attività online pro-Trump fu molto organizzata e su larga scala, ne abbiamo già parlato.

Furono usate grandi quantità di account fasulli gestiti da Bot, per diffondere post, notizie false e altri contenuti contro Hillary Clinton, modulando la loro attività a seconda dell’andamento della campagna elettorale, con interventi in tempo reale, per esempio per riempire i social network di commenti durante i dibattiti televisivi tra Trump e Clinton, che per gli USA sono come i derby calcistici. Ogni giorno venivano prodotte decine di migliaia di annunci pubblicitari, sui quali misurare la risposta degli utenti online e ricalibrarli privilegiando quelli che funzionavano di più.

In molti hanno fatto notare che i sistemi utilizzati da Cambridge Analytica sono tali e quali alle soluzioni impiegate dai comitati elettorali di Barack Obama nel 2008 e nel 2012, che non ci siamo fatti sfuggire,quando fu eletto per due volte presidente degli Stati Uniti. Durante le due campagne elettorali fu raccolta una grande mole di dati sugli utenti per indirizzare meglio pubblicità politiche e coinvolgerli online. Dalla seconda elezione di Obama a quella di Trump sono però passati quattro anni, un periodo di tempo che ha permesso ulteriori evoluzioni dei sistemi per produrre campagne mirate e soprattutto per raccogliere molti più dati e incrociarli tra loro. Il comitato elettorale di Obama parlava a generici gruppi di persone con interessi comuni, Cambridge Analytica a utenti per i quali individua profili psicologici e comportamentali in modo molto più raffinato.

Conclusioni

Dell’articolo ovviamente, perché la vicenda in questione sembra ben lontana dall’epilogo, nonostante i sempre maggiori dettagli che emergono, molte dichiarazioni sembrano esagerate considerato che molte cose sul funzionamento di Cambridge Analytica e sulla raccolta dati tramite Facebook erano già note.

L’inchiesta del Guardian ha però portato nuovi elementi nel grande dibattito sulle notizie false, sulla propaganda e sulla facilità di diffusione di questi contenuti tramite un uso distorto dei social network. Facebook è probabilmente in buona fede, ma continua ad avere un enorme problema nel garantire che non si faccia un uso non autorizzato dei nostri dati, anche se usa sistemi di raccolta e analisi simili per il suo servizio di marketing interno, attraverso cui tutti possono organizzare campagne pubblicitarie sul social network, e che costituisce la sua principale fonte di ricavo.

Lo stesso problema riguarda buona parte delle altre aziende attive online e che offrono gratuitamente i loro servizi, in cambio della pubblicità e della raccolta di informazioni sugli utenti. In misure diverse, vale per esempio per Google e Twitter. Mentre negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato iniziative per arginare il problema, inasprendo le regole sulla privacy, come la Cookie Law e il prossimo GDPR, negli Stati Uniti il mercato dei dati non ha subìto particolari limitazioni, una regolamentazione più precisa è del resto attesa da tempo da organizzazioni e attivisti per la tutela della privacy online.

Quel che è sicuro è che i vostri dati sono accessibili a chiunque, nel momento in cui accettate un servizio senza informarvi sulle clausole, quindi non c'è da stupirsi se vi arriva dello spam, se vi contattano per dei sondaggi o ricevete delle proposte commerciali per le quali non avete mai richiesto alcuna informazione.

In pratica non esiste privacy su internet quanto più che il concetto di privacy a cui spesso ci si riferisce è in realtà puramente illusorio poiché la nostra educazione all'uso della rete è cambiato e siamo noi stessi a offrire alla rete le informazioni che spesso vengono utilizzate contro noi stessi. 

Sta ad ognuno di noi di comprendere le potenzialità dei nuovi strumenti e decidere quali dati condividerci.

 

Se sei interessato ad approfondire l'argomento Privacy ad esempio per il tuo sito, per verificare se sei in regola, oppure se vuoi fare Marketing senza violare la Legge, siamo a tua disposizione.

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Letto 699 volte Ultima modifica il Mercoledì, 21 Marzo 2018 14:16
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